Notizie storiche sulla chiesa di San Vittore

 

Il primo documento storico che attesta l’esistenza in Mese di una chiesa dedicata a San Vittore è una pergamena del 1153 riguardante una permuta di beni fra due chiavennaschi. Anche la chiesa rimase alle dipendenze del capitolo di San Lorenzo di Chiavenna per tutto il Medioevo. Solo nel 1473 sarebbe stato riconosciuta al beneficiale, il prete cui era riconosciuto il diritto di beneficiare dei beni della chiesa, la possibilità di risiedere e di amministrare il battesimo sul posto. Di quegli anni la nostra chiesa conserva un calice in argento dorato con decorazioni a bulino e sbalzate.

Nel 1491 si fuse una nuova campana da porre sul campanile e subito dopo tutta la chiesa fu ampliata e, probabilmente, riorientata, cioè mentre prima si entrava da ovest e l’altare era rivolto a est, da allora l’entrata sarebbe stata da sud e l’altare maggiore verso nord.

Lungo il 1500 Mese visse forti contrasti fra cattolici e riformati. San Vittore rimase la chiesa dei primi, mentre ai secondi fu riservata quella di San Mamete, che sorgeva dove oggi la strada Trivulzia attraversa il Liro e che era citata in un documento fin dal 1108.

Dopo le guerre del primo Seicento, diminuita drasticamente la presenza degli evangelici e aumentata la regolarità delle visite pastorali, la comunità pensò di nuovo a migliorare la struttura e ad abbellire la chiesa di San Vittore; furono molto stimolanti le indicazioni lasciate dal vescovo Lazaro Carafino, che in Valchiavenna fece tre visite pastorali, nel 1628, nel 1637 e nel 1648. Lentamente, ma con una buona dose di continuità e di coerenza, i mesiati nel secolo e mezzo successivo diedero a San Vittore l’aspetto che sostanzialmente conserva ancora oggi, anche grazie alla generosità degli emigrati nel centro e sud Italia.

Già nella prima visita le concesse il titolo ufficiale di vice parrocchia, sancendo così la pratica autonomia dal capitolo di San Lorenzo di Chiavenna, e poco prima della terza, nel 1646, con tutte le formalità di allora autorizzò la costituzione della Confraternita del Carmelo, o “Schola” del Carmine. La devozione per la Madonna con quel titolo fu importata dai compaesani che emigravano in quel di Napoli e per essa fu realizzata sul lato occidentale della navata una nicchia con l’altare della Madonna. Più vicino all’ingresso si trovò un posto anche per il battistero, una rozza e antica vasca monolitica che sarebbe rimasta, capovolta e utilizzata come sedile, al piano terra del campanile fino agli anni ’70 del 1900, il campanile che fu sistemato ed innalzato con l’aggiunta di una seconda campana e capace anche di una terza, fra il 1672 e il 1674.

Prima che finisse il secolo, nel 1693, la sacrestia fu dotata di un “credenzone”, che un altro vescovo aveva raccomandato per una più adeguata conservazione dei paramenti e delle suppellettili necessarie nei riti liturgici.

Gli interventi più significativi, però, si ebbero a partire dal 1703, quando risultavano in piena attività alcuni uomini “deputati alla fabbrica del coro”. Nel 1710 una solenne processione proveniente da Chiavenna portò la reliquia di San Vittore, collocata in un armadio a muro e 6 anni dopo la curia di Como autorizzò un ampliamento del presbiterio e delle cappelle laterali, per renderle simmetriche rispetto all’asse principale della navata. Nel ’21 fu rifatto il pavimento con lastre di pietra di Cimaganda e l’anno dopo, in pietra ollare, fu montato il portale d’ingresso, a spese parte degli emigrati a Napoli, parte con una tassa generale (esclusi i bambini) e parte con lavoro gratuitamente prestato. L’altare di San Giovanni, già iniziato nel 1686, fu realizzato con il contributo delle “Gioventù” (che con l’usanza della cosiddetta “Rostia” raccoglieva qualche somma da chi da fuori paese veniva a sposare una giovane mesiate), con il lascito di un sacerdote Pomatti nativo di Mese e completato nel ’18 fino alla sola mensa da Martino Martinoia. L’altare della Madonna sarebbe stato completato con l’edicola contenente la statua in legno dipinto solo nel 1760.

La parte più ammirata fu forse l’arredo ligneo del pulpito, del 1723, e dei due confessionali, del ’27, opere di Andrea Albiolo. Nel ’25 era stato rifatto l’altare maggiore, in marmo nero di Varenna, sistemato e lucidato sotto la direzione del marmoraro Giambattista Adami. Per completare i lati del presbiterio nell’82 furono acquistati dalla chiesa di San Lorenzo di Chiavenna gli stalli con i sedili intervallati da putti di foggia seicentesca. La bussola dei napoletani intervenne anche nel 1796 con un sostanzioso contributo per l’impianto della balconata dell’organo, uscito dalla bottega di Eugenio Biroldi di Varese.

Il 1800 vide pochi interventi nella chiesa. L’impegno di alcuni parroci consistette soprattutto nel recupero e nella sostituzione di quegli arredi e di quelle suppellettili che erano stati requisiti dalla Repubblica cisalpina e dal Regno italico di Napoleone. Resta comunque apprezzabile che sopra l’altare maggiore nel 1852 sia stata collocata la tela che raffigura il martirio del santo patrono, opera del pittore chiavennasco Matteo Vanossi allievo del grande Francesco Hayez. Altri parroci, invece, spesero tempo, fatica e denaro per opere filantropiche, insegnando nella scuola, fungendo da segretario comunale e aiutando i confratelli degli altri paesi. Su tutti spicca la figura di don Primo Lucchinetti, che spese tutta la sua vita a Mese, dal 1887 al 1935, dedicandosi ai giovani e alle giovani, fondando la Casa della Sacra Famiglia, alimentando una forte identità culturale di paese.

Marino Balatti